Bivacco al rifugio Scoggione (25/26 gennaio 2020)

Descrivere l’escursione allo Scoggione attraverso le immagini scorse davanti ai nostri occhi e pennellate nella fantasia di chi legge e dovrebbe immaginarla, sarebbe riduttivo. Il ritrovo, il percorso ed i panorami, il rifugio, la cornice delle cime innevate ed i ripidi tornanti tra i castagni non sono gli elementi che hanno reso unica questa uscita. Non me ne vogliano le bravissime donne impegnate nella squisita pizzoccherata, né gli uomini che come muli hanno trasportato vino e vettovaglie per un banchetto luculliano, ma non è stata la cena il cuore della compagnia. Non i giochi, né i canti, il fuoco del camino, l’alba tra le montagne, o l’arrivo e la ripartenza stentati sul ghiaccio scivoloso, dove ognuno aiutava chi accennava ad un piccolo tentennamento. L’escursione a Scoggione siamo stati noi.

Partiti in 21, arrivati in 17 perché la fatica non è né nobile, né misericordiosa: la fatica a volte è più forte di noi. Allora imprechi, piangi e rinunci. Ma anche la compagnia è più grande di noi, allora ti stupisci, ti commuovi e ringrazi di esserci stato. E questo non è un paesaggio, né un sentiero, ma un percorso interiore che la macchina fotografica non immortala e chi scrive ha parole troppo limitate per evocare.

Metti uno zaino in spalla, gli scarponi ai piedi e dirigiti verso una meta che in fondo non sai, se non perché te l’hanno promessa appagante, così come speri realmente sia. Viaggia all’andatura di chi ti sta a fianco e guarda allontanarsi quanti han passo spedito ed intanto ti domandi come siano messi quelli dietro, che poi quelli dietro, davanti e di fianco a volte, non sai nemmeno bene chi siano. Ma il sudore è uguale per tutti, per ciascuno lo stesso sentiero, gli sguardi di ognuno rivolti verso l’alto ed il desiderio di tutti alla meta, unica e condivisa. Non è questo il senso della vita?

I pensieri diventano fisici ed impalpabili come il fumo del fiato caldo che si alza e scompare nello stesso cielo che respiriamo, così leggeri che li lasciamo andare liberi di essere ascoltati. Qui tutto diventa opportuno e familiare. Quante volte hai visto quel compagno di cordata, con cui stai condividendo tanto naturalmente tutto ciò che sei? Venti, dieci volte? Mai? Incrociandolo in qualsiasi altra parte del mondo, un qualunque giorno dell’anno, non sarebbe stato che una persona invisibile. Qui è un vecchio amico di cui vedi solo il buono ed il bello. Non è questo un affascinantissimo mistero?

Posso descrivere l’escursione allo Scoggione attraverso le immagini scorse davanti ai nostri occhi e pennellate nella fantasia di chi legge e dovrebbe immaginarla? Sarebbe riduttivo, bisognerebbe esserci stati.