Asd BOIA bivacca, si arricchisce di un nuovo capitolo, il secondo: BAITA LE BIUSE.

Eravamo io, il presidente arrabbiato perché non voleva venire, Clara, il bandana col bandanino e Gianluca con Rachele e Samuele. La nuova spedizione si arricchisce del primigenio del capitano, lo scacchista in erba Andrea e conferma la presenza della generazione Z. Rimangono invece al palo di Frasnedo l’atletico Devis e gli evergreen Giuseppe e Claudio.

H 9.45 il BOIABUS decolla dal parcheggio dell’autostrada di Legnano col suo prezioso carico. Giusto una piccola turbolenza a battezzare i tappetini sui tornanti che da Canobbio salgono alla val del Cavaglio ed il puntuale arrivo all’omonimo paesello. Scarponi, zaini zavorrati d sovrabbondanti vettovaglie, foto di rito con lo striscione BOIA sorretto da due piccoli indigeni in pattini a rotelle e tutto è pronto! Viriamo di bolina intorno alle crepe centenarie del campanile e gonfiamo lo spinnaker al vento dell’entusiasmo. Sosta al bar del paese.

Più che per il caffè, gli animi sono stimolati dall’opportunità ventilata, che dai 1.200 mt della baita scendano ai nostri 450, per prelevarci in jeep. Solo un’effimera illusione e poi meglio così, preferiamo guadagnarcela col sudore la nostra meta, che si sa quanto l’uva acerba non sia buona…

H 12.20 lasciamo i graziosi vicoli di Cavaglio per inerpicarci al 24% di pendenza fino a Gurrone, tornante dopo tornante per una strada asfaltata e percorribile da mezzi a motore, ma solo un po’ meno larghi del nostro -mannaggia-.

Dopo circa mezzora il piede a monte scavalla il confine della prima tappa: un gruzzolo di case arrangiate sul crinale, dove la montagna ripiega lasciando spazio alla ripida valle: Gurrone in questo periodo è una piccola Consonno.

La giornata è splendida ed il bosco che andiamo ad attraversare apre generosamente i bracci spogli dei castagni e delle betulle, così che lo sguardo non ha fine che nel cielo terso ed il sole consente di beccheggiare su un tappeto di foglie e ricci in maniche corte. Lungo il tragitto il capitano tira a bordo la zavorra che frena oltremodo a terra l’erede, la locomotiva Gianluca sbuffa esortazioni ai due vagoncini agganciati al loro tablet, mentre Clara va, va.. e la ritroveremo solo poco prima dell’arrivo.

Sosta cioccolatino e selfie presso una di quelle baite prese pari pari da una favoletta e si prosegue. Siamo a metà dalla meta, laddove la casetta dal bianco e sfacciato riverbero, avevamo presa a riferimento visibile fin da Cavaglio. Ancora uno strappo tra i boschi, si incrocia la strada asfaltata (che ruba un po’ di poesia all’atmosfera bucolico-montana) e dopo 30 minuti appare Olzeno.

Un paesello che non ti aspetti, su una piana che non avresti detto. Olzeno non lo trovi nemmeno su google, eppure ha la sua chiesetta, la pagoda, i bagni pubblici, un parco bimbi attrezzato sul perimetro di baite in pietra, che deviano e sbalzano romantici viottoli, dove le finestre si parlano e i cortiletti si abbracciano. Sembra una minuscola polis greca, per l’armonia tra la struttura e la vita che deve scorrervi nei caldi weekend di primavera e trasuda anche deserta quel senso di comunità, che forse sopravvive ormai solo nelle piccole realtà isolate.

Usciti dal dedalo di Orzeno, la strada ritorna mulattiera e le rade chiazze di neve diventano persistenti.

Una sbarra mezzo arrugginita ci ricorda che percorriamo una via privata, accessibile alle macchine dei soli residenti, proprietari e affittuari. Ci ributtiamo nel fitto del bosco, dove lo strappo finale obbliga a riprendere fiato ogni trenta passi. Poi eccola lì inchiodata ad un tronco, come la quattordicesima stazione della via crucis, la tabella “baita le Biuse”. Planiamo sulla destra accelerando senza più fatica, come rapaci che sfruttano correnti invisibili. I ruderi pietrosi di vecchie stalle si arricchiscono di tetti, porte e persiane. Vecchi utensili lasciati ciondolare dai balconi, o sapientemente adagiati sulle piccole verande, tradiscono il senso di romanticismo delle generazioni che non si arrendono all’abbandono e rivivono nei ricordi.

La baita è un gioiellino festoso in mezzo al silenzio dei boschi, inconfondibile per il garrire al vento di vessilli orgogliosi, sui pennacchi di quello che deve essere il palco di tante promesse scout. Descrivere di per sé la struttura sarebbe sminuire il significato di trovarsi in un posto così, dove le orme dei cinghiali sono più numerose di quelle degli scarponi e le chiacchiere degli usignoli monopolizzano i talk show di questo documentario naturistico 3D. Per togliere i dubbi di una primitiva sopravvivenza, basterebbe assaporare il perfetto tepore irradiato dal grande camino, la cornucopia della dispensa attrezzata ed organizzata come un albergo. Lo stanzone d’ingresso, separato dalla cucina a vista, con la sua tavolata è di inverno e nei momenti del desio comune il cuore della baita.

La camerata al piano di sopra, ampia e luminosa, i due bagni spaziosi e muniti di doccia. Si affaccia al declivio, che allarga la veduta all’altro lato della valle, la romantica e riparata veranda. Tutto è perfettamente organizzato per campeggiare anche all’esterno e per le grigliate di affollate compagnie. Nel piano seminterrato il cittadino boscaiolo di richiamo, ha modo di sfogare la primordiale vocazione di costruttore (o distruttore), con un’officina da fare invidia ad un falegname.

Il soggiorno a baita le Biuse è un’esperienza intima di piccola comunità. Mangiare, giocare, dormire assieme dopo la fatica condivisa, unisce come lo sport e depura come per il passaggio tra le maglie grosse di un setaccio: si avrebbe bisogno di qualche giorno in più per il filtraggio completo di corpo e mente dalle scorie quotidiane.