20 – IL SERPENTE

18 Gen di editor

20 – IL SERPENTE

Ci fu un lungo silenzio rotto solo dal suono del campanello.

Io ero inginocchiata per terra, la schiena appoggiata alle piastrelle. Il viso di mio padre stretto tra le mani. In quel momento le ultime parole del medico mi tagliarono lo stomaco come una lama.

“Il cancro non è più controllabile. Potrebbe attaccare il polmone, le ossa o l’aorta. In questo caso la morte sarà pressoché immediata.”

E questo era successo. Mio padre era a terra. Un’enorme chiazza di sangue uscito dalla bocca e dal buco sul collo attraverso cui respirava si stava allargando sul pigiama. Le braccia abbandonate lungo il corpo, le gambe piegate.

Mi imposi di non guardarmi le mani.

Il campanello suonò di nuovo. “Aprì cazzo!” gridai “è l’ambulanza.”

Sentii mia madre che apriva la porta piangendo e dei passi concitati venire verso il bagno.

Bussarono. Mi resi conto che avevo istintivamente chiuso la porta a chiave appena avevo visto mio padre accasciarsi a terra. Sapevo cosa stava succedendo e non volevo che mia madre vedesse.

Respirai profondamente e tentai di aprire. La maniglia mi scivolò tra le dita. Le guardai, erano coperte di sangue.

Una dottoressa e un paio d’infermieri entrarono.

Lei lanciò un’occhiata pietosa a mio padre steso a terra e mi fece un debole sorriso.

Mi sedetti sul bordo della vasca e osservai in silenzio, ascoltando l’angoscia che saliva dentro di me. Il sangue avanzava lento. Aveva aggredito il corpo di mio padre, divorandolo come un vecchio serpente che ingoia la preda senza fretta.

Una maschera di sangue opaco avvolgeva i capelli, il viso, il collo.

Era come se il rosso serpente si fosse sdraiato su di lui serrandogli la testa tra le sue spire.

Un odore dolce, mischiato a quello del profumatore per ambienti, aveva invaso la stanza.

Lo fissai a lungo, era la prima volta che vedevo mio padre sconfitto. La prima volta, dopo dieci anni di dolore, che non si sarebbe più rialzato. Avevamo combattuto molte battaglie assieme, ma alla fine avevamo perso la guerra.

Non riuscivo a piangere. Le lacrime non arrivavano, nessun nodo alla gola. Solo una sorda pesante angoscia che mi attanagliava il petto.

Ora del decesso 23.55 per emorragia dovuta alla rottura dell’aorta.

Sentenziò la dottoressa.

L’aria si fermò. Ogni singolo rumore attorno a me scomparve all’improvviso, inghiottito dal vuoto che aveva invaso la mia testa.

Il vecchio serpente, ormai appagato, aveva fermato la sua avanzata e aspettava, immobile.

Guardai la sua vittima indifesa. Era il momento di liberarla dalla morsa del rettile e lasciarla andare, per l’ultima volta.

Allungai una mano per toccare mio padre. La pelle era livida, ma stranamente calda e morbida come se quel corpo, svuotato dalla sua linfa vitale, stesse tentando comunque di sopravvivere.

Il pianto isterico di mia madre che veniva dalla cucina mi riportò alla realtà. Le vicine erano accorse appena sentita la sirena dell’ambulanza e stavano cercando di calmarla.

Non sapeva ancora niente. Non aveva visto come suo marito si fosse arreso, sconfitto dalla fredda indifferenza della morte e non era necessario che sapesse.

Bagnai un asciugamano ed iniziai a pulire il viso di mio padre per ridargli dignità umana nella morte. Gli infermieri mi chiesero se volevo una mano per cambiarlo, accettai. Nessuno lo avrebbe portato via quella notte. L’avremo passata assieme.

Lo spogliammo. Pulii le ultime tracce di sangue. Gli misi la sua biancheria e il suo pigiama più belli e lo adagiammo sul letto.

Mandai tutti a casa, diedi venti gocce di valium a mia madre e la misi a dormire nella mia stanza.

“Voglio vederlo” sussurrò.

“Non ora mamma. Domani mattina, dormi adesso.”

Tornai da mio padre. Mi sedetti sul bordo del letto accanto a lui. “Stai qui stanotte” dissi “stiamo insieme per l’ultima volta, poi domani mattina ci salutiamo.”

Mi sembrò che sorridesse. Rimasi seduta fino all’alba, ascoltando il silenzio della notte.

Rimasi seduta, aspettando di piangere. Mi alzai la mattina seguente, all’arrivo di coloro che lo avrebbero portato via per sempre.

Stavo ancora aspettando di piangere.


Valutazioni Giuria

20 – IL SERPENTE – Valutazione: 25

Giud.1:
Racconto commovente. Il rapporto padre figlia si evidenzia in modo appropriato.

Giud.2:
racconto ricco di descrizioni dettagliate. emozioni molto forti. coinvolgente per il lettore. molto realistico

Giud.3:
Ben scritto e capace di commuovere. Azzeccata e molto evocativa la metafora del serpente. Poco credibile l’esclusione totale della madre.

Giud.4:
“Gli infermieri mi chiesero se volevo ” “quella notte. L’avremo passata assieme” due brutti errori. Tema “facile” e finale pietista… Detto quanto di negativo, ammetto che la narrazione è ben eseguita.