13 – Tutta colpa della pastiera

1 Dic di editor

13 – Tutta colpa della pastiera

“Tutta colpa della pastiera se sono qui a lamentarmi. Ahia, ohi!”. Mi tastavo alla cieca; percepii la sensazione ruvida di una fasciatura. Il mio guaito attirò l’attenzione dell’infermiera che cercava di rassicurarmi. Risposi con un mugolio sordo e imbronciato. “Suvvia, non ha nulla di grave…” sussurrava, tamburellando la penna sulla cartella clinica. “Ah!” sentenziai, tra lo sparuto e il sorpreso. Quindi non ero ancora morto, ma il terrore mi era rimasto addosso, ne sentivo l’odore. Il pensiero paralizzato si esprimeva a monosillabi. “Signor Gilberto, pazienza, la sua signora sta per arrivare”. Mi sentivo troppo debole per inveire, ma la rabbia montò comunque. Se languivo in un letto di ospedale, la colpa era solo sua e di quella mania di ficcare il naso dappertutto con la scusa di mettere in ordine. Proprio una settimana fa, in fondo a un baule in soffitta, aveva rinvenuto un vecchio ricettario, avuto in eredità. Avrei dovuto mordermi la lingua prima, ma Belzebù stava già tessendo la sua tela. “Caro, qual è il piatto che ti ricorda la nonna?” Ed io improvvido risposi: “La pastiera. Ummmh …” Lei con slancio si offerse di prepararmela. Non avevo molta fiducia nelle sue doti culinarie. Timidamente suggerii: “Non è il caso! La compriamo”. Lei offesa, chiuse il ricettario. Il sabato successivo la trovai sulla porta, tutta scarmigliata in mia attesa:” Tesoruccio…-iniziai a tremare- sto preparando la pastiera napoletana. Manca l’ingrediente principale: il grano cotto. Silvia mi ha detto che lo vendono pronto dal pasticciere in piazza Marconi. Per favore, vacci tu”. Risalii in auto, mi immersi nel traffico cittadino imprecando contro i semafori e i pedoni troppo lenti. Sostai in seconda fila con la freccia lampeggiante, il tempo di entrare e di uscire a mani vuote e con in mente un indirizzo al centro storico. Mi infilai come un bolide in un parcheggio appena liberato, rischiando di essere linciato da due signore che accampavano diritti di precedenza. A testa bassa mi infilai nel dedalo di viuzze strette e maleodoranti. Giunsi al “Laboratorio” simile all’antro di una caverna. All’interno il proprietario dall’aspetto pingue e trasandato trafficava sotto il bancone… intravvidi il grano cotto dentro delle vaschette di plastica. Preparò una busta di carta, pagai ma… mentre stava per porgermelo squillò il cellulare. Quello si appartò nel retrobottega. Aspettai per qualche minuto ma, poiché la faccenda andava per le lunghe, afferrai un sacchetto e me ne andai. Arrivato a un incrocio, mi voltai e notai uno strano tipo in fondo alla viuzza che gesticolava, ma era troppo distante per udirlo. Temendo una rapina affrettai il passo. Con la coda dell’occhio lo vidi correre verso di me, allora anch’io mi diedi alla fuga. Quello più agile e più giovane ben presto mi raggiunse e tentò di portarmi via il sacchetto, farfugliando con un accento dell’est. Feci resistenza. Lo sconosciuto con il viso furente e deformato dall’ira estrasse una pistola e me la lanciò addosso. Questa mi colpì in piena fronte, caddi di pesantemente di fianco battendolo contro il cordolo del marciapiede. Svenni, ma ebbi il tempo di vederlo estrarre dal mio sacchetto una mazzetta da migliaia di euro e infilarci qualcos’altro. Ripresi i sensi, iniziai a lagnarmi ma i radi passanti mi scansavano schifati come un appestato. Allora, mi rialzai a fatica con il maledetto sacchetto in tasca e camminando rasente al muro arrivai all’auto, dove m’accorsi della camicia insanguinata. Mi recai subito al Pronto Soccorso e lì dopo aver dato le mie generalità, svenni di nuovo e fui prontamente ricoverato. “Ahia, ohi!” smisi solo quando vidi comparire mia moglie che mi guardava con fare compassionevole e visibilmente preoccupata. La mandai subito a prendere il portafoglio in auto, pericolosamente in vista sul cruscotto. Quando rientrò sfoggiava un sorriso raggiante: -”Oh, caro, hai trovato il grano cotto! Domani assaggerai la mia pastiera!”. Non risposi. Chiusi gli occhi e finsi di dormire. Sentii solo l’infermiera che invitava gentilmente Clara, mia moglie, a lasciarmi riposare. La porta si chiuse con un soffio ed io soffocai una risata sul cuscino.


3 Commenti

  1. Divertente, ironico al punto giusto, soprattutto nella parte in cui si descrivono i pensieri del protagonista nei confronti dell'”amata” Clara. Interessante anche la scelta dello scambio di sacchetti che tuttavia, a causa della forma del racconto breve, non ha trovato un adeguato sviluppo e rimane un po’ abbozzata.
    Scritto bene e in modo scorrevole.

  2. Un racconto semplice, scorrevole, a tratti spiritoso. Particolarmente riuscito, nel ricordo del protagonista, il teatrino nel quale i coniugi sono ben connotati, con brevi ma efficaci accenni. Un linguaggio ricco, sempre azzeccato. Ben scritto, coinvolgente, equilibrato.

  3. La lettura è scorrevole, ma in alcuni passaggi lo stile è poco curato.
    Il racconto è piuttosto divertente e godibile, ma le due componenti principali (la moglie che vuole preparare la pastiera a ogni costo e lo strano episodio dell’aggressione)non mi sembrano ben amalgamate e connesse.

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