10 – Khamsin

25 Gen di editor

10 – Khamsin

Era bello tornare a casa dopo le gare con Malik. È piccolo ma ha dei piedi velocissimi: negli ultimi tempi, qualche volta, facevo finta di farmi male a una gamba così avevo la scusa per fermarmi e non vederlo vincere. Mi manca Malik. Era bello tornare a casa anche quelle volte che mamma preparava lo zighinì. Mi sembra di sentire ancora in bocca i bocconcini di pollo così piccanti che mi facevano quasi piangere mentre addentavo le enjera. E poi le manciate di fagioli neri! Era bello sentire la pancia piena, qualche volta. Poi però ho compiuto sedici anni. E sedici anni, nella mia terra, vuol dire che vengono a prenderti e ti fanno fare il soldato. Mio papà mi ha detto che ai suoi tempi si faceva un addestramento duro ma, dopo un anno e mezzo, potevi tornare al tuo lavoro. Ma ora non è più così. Oggi ti fanno lavorare nell’esercito fino a cinquant’anni e si tengono pure tre quarti della paga che ti spetta. Quello che ti danno non basta neanche per mangiare. Ti portano al campo di Saha e lì ti addestrano. E non lo devono fare solo i maschi. Mia sorella è tornata incinta dai “campi di addestramento” e ha un segno sul collo che mi fa impressione se lo sfioro col dito. Così mio padre mi ha fatto scappare. Non è stato difficile, c’erano altri ragazzi con me e li conoscevo bene. Le prime sere di marcia eravamo felici, abbiamo anche cantato. Ma già al quarto giorno avevamo fame e quelli che ci guidavano non ci facevano mai fermare. Le poche provviste sono finite il quinto giorno. Ci hanno portato verso l’interno e poi, un giorno, ho sentito che dicevano che stavamo entrando in Sudan. Ci hanno portato in questo campo enorme con tante persone che parlano lingue che non ho mai sentito. Ci danno da mangiare, ma non tutti i giorni. Il tempo passa e non succede niente. C’è gente armata appena fuori dal campo e nessuno può uscire. La cosa peggiore è la sete. Ci sono giorni che cerchi di leccarti il sudore dalla pelle e che senti che potresti ammazzare qualcuno per mezz’ora di ombra. Ma sotto le tende non ci stiamo tutti. Non posso tornare e non so dove andremo. Mio padre mi ha parlato dell’Egitto, di una grande città in cui si mangia e si beve tutti i giorni. Ma non ho idea se abbiano intenzione di portarmi lì. So solo che se torno nel mio paese prima dei 40 anni, mi fanno fare il servizio di leva. Se torno dopo i 50 anni invece mi chiudono in prigione. E da lì non si esce più. Non tornerò più, lo so. Mi mancano i miei. Malik tra tre anni dovrà scappare pure lui. Sto imparando a parlare con gente che viene da Paesi che non ho mai sentito e che mi raccontano di posti lontani come la Francia e la Germania. Dicono che oltre il mare si sta meglio. Io conosco solo il Mar Rosso. Ci sono stato tre volte con mio padre. Ho provato anche il pesce ed era squisito. Il mare è un posto bello. Se un giorno arriverò in quei posti, oltre quel mare che non conosco, troverò il modo di far venire Malik senza costringerlo a passare per questo deserto. Ogni notte arrivano persone nuove e ne spariscono tante altre. L’altro giorno ho visto degli uomini sui cammelli con dei vestiti scuri, li chiamano Rashaida. Gridavano e poi sono arrivati dei camion e hanno caricato tante persone. Le picchiavano con dei bastoni per farle salire. C’era anche una bambina che è caduta e … no, forse ho visto male, era quasi buio. Forse quei camion ci porteranno al mare. Mio padre mi ha detto di fare sempre quello che mi dicono, che se non creo problemi loro mi lasciano stare. Io però sono stanco di stare qua. Non so se ci riesco, i giorni passano, il sole brucia, ho sempre più fame e sete. Forse sarebbe stato meglio il servizio militare. Ma poi ripenso a mia sorella e a Tafir, che era tornato con la schiena spezzata e non poteva camminare più e mi dico che devo resistere. Che oltre quelle dune spazzate dal Khamsin, il vento del deserto, c’è qualcosa anche per me. E per Malik. Che poi mio Padre me lo ha sempre detto che noi dell’Eritrea resistiamo a tutto. Alle guerre, al caldo, alla fatica. Che tutto il mondo ci conosce perché siamo velocissimi. Quindi aspetterò e, quando sarà il momento giusto, fuggirò e i miei piedi inizieranno a correre, a correre così veloce che nessuno mi potrà raggiungere. Sarò più veloce delle tempeste di sabbia, sarò l’anima del Khamsin.


Valutazioni Giuria

10 – Khamsin – Valutazione: 32

Giud.1:
Storia commovente. Oltre il confine del Khamsin la libertà. Il linguaggio è semplice ma d’effetto.

Giud.2:
tema molto coinvolgente. belle le emozioni che lascia al lettore. diretto e chiaro

Giud.3:
“gente che viene… e che mi raccontano” è sbagliato. La mancanza di suddivisione dei periodi rende faticosa la lettura, ma il racconto è toccante e tragico nella sua scarna e ingenua semplicità

Giud.4:
Avvincente la narrazione, alla cui base c’è una ricerca non ostentata.