Con l’incertezza del pattinatore inesperto, partiamo rimanendo abbarbicati ai margini della pista e per la titubanza di affrontare un’accidentata mulattiera, parcheggiamo il boiabus sfacciatamente prima della prefissata partenza. L’altimetro si ferma 300 mt più in basso di quanto avremmo dovuto spingerci, poco sopra Verceia, su una strada accessibile solo con pass.

Nulla di male, la via è tracciata, il paesaggio piacevole, la giornata perfetta, la compagnia ideale!                                                                   

Il sentiero inerpica irriverente, accorciando il pur allenato fiato nei polmoni degli atleti BOIA.

Ad ogni passo la combriccola si scalda, forse per l’avvicinamento al sole, forse per l’accaloramento dei cuori al pensiero di compiere l’impresa che porterà il BOIA escursioni nella storia. Più semplicemente la fatica evapora sotto le pesanti coltri ed iniziamo subito a slacciarci, sbottonarci, scoprirci.

La Valle dei Ratti è un angolo incantato che si arrampica sopra il Lago di Mezzola, in un luogo ancora intatto, dominato dal borgo di Frasnedo, la nostra meta a 1290 metri di quota. Il panorama che si gode durante la salita è suggestivo e domina lo specchio del lago fino in fondo alla Valchiavenna.

Racconto ai castagni le più conosciute favole, per confondere la fatica alle giovani marmotte.

Due ore di cammino e il bosco si ferma all’improvviso sulla soglia del paesello adagiato sulla sponda del monte, al quale Legambiente ha assegnato il premio Bandiera Verde per aver promosso la riqualificazione dei pascoli ed il contrasto all’abbandono delle pratiche agricole.

Una cappelletta a far da sentinella e monito ai passanti, a chetar l’anima col ritmo del paesaggio, eccovi a Frasnedo. Borgo ben tenuto e curato, i cui viottoli in pietra accompagnano fin su le soglie delle abitazioni alpine. Dopo il ‘500 il paese cominciò ad essere vissuto, da genti che strappavano la sopravvivenza ai frutti del pascolo e della terra. Gli toccò poi la sorte di quasi tutti i paesi cresciuti sui pendii dei monti, quando questi nuclei sono andati spopolandosi, diventando località di villeggiatura.

“Il rifugio ? dov’è il rifugio ? quanto manca ?”

“pianta qui i tuoi soldi Pinocchio, gli dissero il gatto e la volpe, crescerà un albero e ne raccoglierai le monete come fossero noci…”

Attraversiamo come palline in un labirinto inclinato la striscia deserta ed accogliente di Frasnedo. Pur non conoscendo esattamente la destinazione, la direzione è obbligata.

Nonostante l’ora, si nota che il sole in questa stagione ha voglia di coricarsi presto e mentre seppur indolente persiste sul nostro fianco, dall’altro versante della valle, le chiazze di neve raccontano di non averne che furtive notizie.

Il rifugio è immediatamente riconoscibile alla fine del paese (o all’inizio se si considera la possibilità di accesso dall’altro versante). Il “bivacco” che abbiamo prenotato, è in realtà una dependance al piano terra del rifugio stesso. Condividiamo comodamente in 10 la struttura disposta ad accogliere fino al doppio degli ospiti, rifocillando oltre le loro fatiche, a sera, gli spirti guerrier.

Imboccheremo il ritorno, proseguendo da dove siamo venuti e discendiamo per il fianco opposto. Sprofondiamo in nuovi boschi di castagno, scivolando verso valle tra le sparute baite, i cui dettagli mormorano allegria nelle stagioni calde. Il riferimento sulla via è la diga della val dei ratti, collegata a quella di Codera da 10 km di sentiero. Attraversiamo la diga e dietro di essa una breve e stretta galleria nella roccia. Siamo sul “trecciolino”, quel tratto meta di un percorso messo in sicurezzza e caratterizzato dai binari, sui quali è possibile trovare ancora vecchi carrelli, snodi e gallerie. Ne percorreremo solo un tratto, in dolce declivio, fino a ricongiungerci al sentiero dell’andata.